
Prima di Natale, mi sono fatto un regalo, così, di getto, senza conoscere minimamente l’autore, un filosofo coreano, attratto dalla copertina e dalle poche righe che ho letto all’esterno. E ho scoperto questo gioiellino › https://amzn.to/3RVR4wU
Mi ha preso un’eccitazione simile a quella che mi colse quando scoprii Fabrice Hadjadj.
Riporto qui alcuni passaggi su uno dei temi che mi tormenta da tempo, giusto per ricordare che rinchiudere un dispositivo come lo smartphone nella semplicistica categoria degli “strumenti” è decisamente ridicolo. Lo smartphone incorpora una “volontà attiva”, è lui che ci guarda e che ci ipnotizza abusando della nostra. Avete mai usato un martello che si “incolla” da solo alle vostre mani impedendovi di rimetterlo al suo posto?
Lo smartphone ‘fa’ il mondo, cioè se ne impadronisce creandolo in forma di immagini. L’obiettivo fotografico e lo schermo diventano quindi elementi centrali dello smartphone in quanto forzano la trasformazione in immagini del mondo. Le immagini digitali trasformano il mondo in informazioni disponibili. Lo smartphone è un «impianto» nel senso heideggeriano del termine ‘Ge-Stell’, poiché racchiude in sé quale essenza della tecnica tutte le forme del rendere disponibile: ordinare, immaginare, creare. Il prossimo passo di civiltà si spingerà oltre la trasformazione del mondo in immagini. Consisterà nel creare il mondo, cioè una realtà iperreale, partendo dalle immagini.
Il mondo è costituito da cose in forma di oggetti. La parola oggetto viene dal verbo latino obicere, che significa opporre, contrapporre, obiettare. In essa è insita la negatività della resistenza. Originariamente, l’oggetto è qualcosa che mi oppone resistenza, mi si contrappone e mi resiste. Gli oggetti digitali non possiedono la negatività dell’obicere. Lo smartphone è smart poiché sottrae ogni carattere riottoso alla realtà […] I media digitali riescono a superare con successo ogni resistenza spazio-temporale, ma è proprio la ‘negatività della resistenza’ a essere costitutiva dell’’esperienza autentica’. L’assenza digitale di resistenze e l’ambiente smart portano a una carenza di mondo e di esperienze. Lo smartphone è il principale infoma del nostro tempo. Esso non rende solo superflue molte cose, bensì derealizza il mondo riducendolo a informazioni.
[…] Lo smartphone acuisce inoltre l’ipercomunicazione che livella, pialla e alla fin fine irregimenta ogni cosa. […] Il sistema comunista che opprime la libertà si differenzia in maniera sostanziale dal capitalismo neoliberista della sorveglianza che ‘sfrutta’ la libertà. Noi siamo troppo obnubilati dalla droga digitale, dall’ebbrezza della comunicazione, per emettere un «basta!», per levare una voce di protesta. […]
Anche il regime neoliberista è smart. il potere smart non opera mediante ordini e divieti: non ci rende remissivi, bensì dipendenti e drogati. Invece di spezzare la nostra volontà, appaga i bisogni. Vuole piacerci. È permissivo, non repressivo.
Anche qui, si conferma quello che Huxley, più di altri, ha saputo anticipare nelle sue distopiche visioni. Dalla prefazione di ‘Le Non Cose’: “Le informazioni, quindi le non-cose, si piazzano davanti alle cose facendole sbiadire. Noi che non dobbiamo sopportare lo strapotere della violenza assistiamo anzi al dominio dell’informazione che si spaccia per libertà”.