
Veramente notevole. Abbiamo passato quasi mezz’ora io, le mie figlie e due loro amiche universitarie a parlarne dopo averlo visto, mentre cenavamo.. Una potenza narrativa che raramente si vede sullo schermo, grazie soprattutto ad una trasposizione coraggiosa che mette al centro ciò che muove e lacera l’uomo e all’interpretazione di due attori stratosferici.
Una storia senza tempo, antica e sempre nuova, portata all’essenziale, senza nessuna traccia di mitologia e intrusioni di dei che forniscono scorciatoie. Un uomo svuotato e reso incomprensibile a sé stesso dalla guerra, che per riaversi torna a nutrirsi della sua terra (c’è una scena dove questo passaggio è tutt’altro che metaforico) e chiede perdono alla sua regina. Una meravigliosa storia sponsale.. da cui tutto può ripartire, anche il necessario distacco del figlio che finalmente può affrontare il mondo.
Ecco forse per la pettinatura di Telemaco avrei fatto altre scelte…
Perché ci portiamo dietro da sempre certe storie?
Un’amica via Facebook ha così sfacciatamente commentato la mia breve recensione: «Il difetto della sceneggiatura (di questo film, rispetto al testo originale nda) sta nel fatto che lui non ha passato venti anni a tormentarsi, ma ad accoppiarsi con qualsiasi cosa respirasse !».

Questa è stata l’occasione per riprendere in mano l’edizione dell’Odissea che ho in casa (©Aldo Garzanti Editore, 1968. Versione di Giuseppe Tonna) e per rileggere l’ultima parte di quest’opera immortale. Quella da cui parte il film: l’approdo di Odisseo, naufrago stremato, sulla spiaggia di Itaca.
Verissimo, al di là del taglio un po’ spinto (sempre a me gradito) del commento, le variazioni sono molte e anche profonde, sia nei fatti raccontati o eliminati, quanto negli snodi temporali della trama ma questo non impedisce al film di sviluppare tutta la sua carica drammatica. Quando un’opera è così intrecciata con la nostra storia e la nostra cultura e rivisitata continuamente, si presta a “risonanze” non strettamente letterali. Ci sono elementi che possono essere tralasciati o riadattati a favore di quanto meglio ci permette di specchiarci dentro ORA. Questa, in generale, è la forza dei Classici, non invecchiano perché ci parlano sempre, anche a distanza di millenni dai fatti raccontati.
Qualche veloce confronto.
Nell’Odissea di Omero il protagonista, dal momento in cui rimette i piedi su Itaca dopo vent’anni di lontananza, applica a coloro che incontra, quasi senza pietà, il suo approccio da fine dissimulatore che procede con una lenta ma inesorabile strategia spesso concordata con Atena, la dea dagli occhi lucenti, che lo supporta nei momenti più critici. Prima di rivelarsi verifica, mette alla prova, gira lentamente sulla graticola della nostalgia e dello sconforto chiunque gli capiti a tiro: servi fedeli, il figlio, la governante, perfino l’anziano padre che “scarnifica” con le parole fin quasi a farlo morire di crepacuore… certo, tra le righe emerge una notevole lotta interiore per controllare il cuore in tumulto. Solo “la saggia Penelope” lo mette alla prova a sua volta […]
Nel film di Uberto Pasolini, Ulisse invece, si reca addirittura a rendere omaggio al padre che giace nel sepolcro, morto prematuramente per il dispiacere, poco prima del suo ritorno. Il re di Itaca si trascina stranito, risucchiato dentro gli orrori che ha vissuto, quasi obbligandosi a compiere l’ultima inevitabile strage. Queste sono solo un paio di differenze macroscopiche che ho riscontrato, per cui potremmo anche dire: «Ma è un’altra storia!»… Il mio parere è che l’operazione è riuscita e il tutto regge molto bene.
Si ritorna non solo verso un luogo, ma verso una responsabilità. Anche la mia storia di padre, marito e uomo passa da un’Itaca quotidiana fatta di fatica, scelte e sovrabbondanza imprevista. L’ho raccontata qui:
Un padre, una madre e 7 figli – la sovrabbondanza che sorprende
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